La mia classifica del 2007

10 01 2008

De gustibus non disputandum est.
Tantomeno dei miei.

La mia personalissima classifica dei dischi del 2007.

A parte le prime due posizioni, tutte le altre sono talmente tanto vicine che rischiano di stare addirittura sullo stesso gradino della scala. Ma questo è quanto.

 

nin.jpg1) Nine Inch Nails – Year Zero [Interscope]

Sarò scontata e sentimentale, ma è indubbiamente il mio album preferito di questo 2007. Sarà che il primo ascolto è stato all’Alcatraz durante il listening party pre-concerto, quindi con una forte componente emotiva del momento, sarà per il tema, o solo per i suoni distorti e pungenti dei synth (The Great Destroyer sopra tutte, ma mi ha subito colpito. Cosa che purtroppo non potevo dire del loro (loro? Suo… Tanto è sempre Reznor, gira che ti rigira…) lavoro precedente. E nell’attesa della futura fatica (già sapere che c’è Adrian Belew mi fa ben sperare), lo posiziono ufficialmente sul gradino più alto del mio podio.

 

r.jpg2) Radiohead – In Rainbows [Radiohead]

Non credo ci sia un motivo in particolare. Mi piace e basta. L’ho ascoltato, non l’ho subito digerito (come qualsiasi altro loro album, d’altronde) ma l’ho dovuto assimilare a tappe. A mio parere, 15 Step è un vero gioiellino in 5/4 e Nude è intima quanto basta, grazie alla voce di Yorke che qui viene sfruttata al meglio. E poi diciamocelo, l’idea dell’offerta libera ha un suo perché, senza nulla togliere al valore artistico dell’album.

 

sp.jpg3) Skinny Puppy – Mythmaker [Synthetic Symphony]

Sono sincera, al primo ascolto ho pensato: Eh? Mah? Boh? Anche al secondo, in realtà. Al terzo me ne sono fatta una ragione: anche loro sono cambiati. Quindi, una volta accettata questa realtà, ho potuto finalmente iniziare a godermi questo album. Jaher, nonostante il riff di chitarra acustica (bellissimo peraltro, ma io non digerisco proprio lo strumento) è sicuramente una delle mie preferite assieme a Politikil e Dal.

 

gm.jpg4) Goon Moon – Licker’s Last Leg [Ipecac Records]

Dopo I Got a Brand New Egg Layin’ Machine, questo è il secondo lavoro del duo Jeordie White (ex Marilyn Manson, ex A Perfect Circle, ex Nine Inch Nails) Chriss Goss (Masters of Reality). A quale genere appartenga questo disco non si sa; sono troppi e ben miscelati in ogni singolo brano. Tra le 12 tracce, viene subito all’occhio la cover dei Bee Gees Every Christian Lion Hearted Man Will Show You, con un cantato in stile beatlesiano come pochi. Tra le più belle in assoluto Apple Pie (Bake the children with the pies / Sip the tea watch your demise / tip your hat, don’t be ashamed / we’re all afraid) ed il suo intro fatto di violini torturati, e The Golden Ball, quasi 10 minuti di musica ed altrettante sfumature rock, dal prog al jazz al metal. A completare questo folle quadretto, ci sono anche i cammei di Josh Homme (QOTSA) Josh Freese (ex APC, ex NiN).

 

u.jpg5) U.N.K.L.E. – War Stories [redInk]

Quando James Lavelle decide di cavalcare l’ondata pseudo rock, ci riesce (ogni riferimento a gruppi torinesi non è puramente casuale); chiama a sé Josh Homme (QOTSA), Ian Atsbury (The Cult), Jeordie White (ex ex ex di cui sopra), 3D (al secolo Robert Del Naja dei Massive Attack) ed altri amici, fa produrre tutto a Chris Goss e partorisce 14 tracce veramente ben fatte. Burn My Shadow è sicuramente il brano che mi ha colpito di più, con la voce profonda di Atsbury che penetra direttamente nel cervello, assieme al basso prepotente di White ed alle ritmiche tipicamente rock che creano un’atmosfera cupa ed angosciante come poche. Da non dimenticare anche Restless, accompagnata dalla voce di Josh Hommes.

 

m.jpg6) Ministry – The Last Sucker [13th Planet Records]

Ultima parte della trilogia anti-Bush, The Last Sucker è l’ultimo album dei Ministry. Ultimo in tutti i sensi, purtroppo; Al Jourgensen ha affermato che subito dopo il tour previsto per i primi mesi del 2008, la band si scioglierà… Ce ne faremo tutti una ragione, anche se il Metal Industrial sicuramente perderà un pezzo di storia. In compenso lasceranno la scena a suon di cavalcate di chitarre e batterie, in pieno stile Ministry. Degne di nota, sono No Glory e End of Days, Pt.2, con la voce di Burton Bell dei Fear Factory.

 

qotsa.jpg7) Queens Of The Stone Age – Era Vulgaris [Interscope]

Sick, sick, sick, don’t resist. Credo che questa frase possa riassumere completamente Era Vulgaris. E’ un album psichedelico in ogni suo tratto, a partire da Sick, Sick, Sick fino alla bonus track Era Vulgaris (presente purtroppo solo in alcune release del disco), una delle mie tracce preferite, in cui Josh Hommes è affiancato da Trent Reznor (ebbene sì, anche qui) in una sconfortante visione del mondo d’oggi. Un solo appunto, sentir pronunciare Era Vulgaris da un americano è piacevole quanto un attacco di colite fulminante sulla metro A nell’ora di punta.

 

65d.jpg8 ) 65daysofstatic – The Destruction of Small Ideas [Monotreme]

Li ho scoperti per caso, devo essere sincera. Tra l’altro scambiandoli inizialmente per gli Isis. Quando ho letto che sarebbero stati il gruppo di supporto dei Cure nel loro tour, mi è anche venuta la fantasia di ascoltarli con più interesse. E sono rimasta estremamente colpita. E’ raro che io riesca a rimanere attenta per tutta la durata di un album strumentale, ma ci sono riuscita. I ritmi sono atipici e coinvolgenti, le chitarre ed i violini si rincorrono brano dopo brano fino ad arrivare a The Conspiracy Of Seeds, ultima traccia, l’unica cantata, e personalmente una delle migliori di tutto l’album.

 

pjh.jpg9) PJ Harvey – White Chalk [Island]

Anche qui si respira aria di cambiamento. Polly Jean è straziante. Grida il suo dolore con la voce tormentata come non mai, quasi verrebbe voglia di andarle vicino e prenderla per mano, dicendole che col tempo passerà. E tutto il resto è un rumore di fondo; gli altri strumenti accompagnano il piano con discrezione, senza mai prendere il sopravvento, lasciando spazio al male di vivere che aleggia libero ed inesorabile. Da ascoltare assolutamente Before departure e When under Ether.

 

b.jpg10) Bjork – Volta [Atlantic]

Forse sarò stata un po’ cattiva, ma non sono riuscita a mettere Volta più in alto di così. Bisogna comunque considerare che un disco “non bellissimo” di Bjork è pur sempre un signor disco, superiore ad una grandissima parte della produzione discografica totale. Sicuramente, a tenere alto il nome ci sono dei brani come il martellante Earth Intruders e la voce furiosa di Declare Indipendence, due dei brani che mi sono piaciuti di più fin dal primo ascolto. Per il resto, si vedrà.


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