Perché Sanremo è Sanremo, Pararà! (2)

27 02 2008

Non c’ero ma l’ho registrato.
Non potevo perdermi questa meravigliosa seconda serata.
Ergo, vado ad esaminare in diretta, poi il resto verrà dopo.

I Duran Duran volevano suonare dal vivo, ma non l’hanno fatto a causa dell’organizzazione. Dicono loro. E la cosa un po’ mi dispiace; sarà, ma in quanto figlia degli anni ottanta un po’ ci avevo sperato. La prossima volta bisogna ricordarsi di scongelarli prima. Il fatto è che ho ancora Sposerò Simon Le Bon nella mente, con la tizia che si scatafascia una caviglia, dopo aver rubato il tesserino da giornalista del padre, ucciso quattro turisti giapponesi e disegnato dei folti baffi in stile Gino Cervi ai tempi di Peppone e Don Camillo su tutti i manifesti elettorali del Berlusca. Tutto per tentare di avvicinare il suddetto mesciato… Quanta poesia. Poi è arrivata Donna Rosa a rompere i coglioni, come al solito. Non mi stupirei se dovessero inserirla ad honorem nella compilation di quest’anno.

Ariel è una bella figliola ed ha anche una voce molto calda. Solo che la canzone è Save Tonight di Eagle-eye Cherry cantata da Piero Pelù che imita Luisa Corna. Ma questa ragazza ha delle potenzialità. Costrette in un toppino verde militare.

Sarà, ma la canzone di Tiromancino mi ha ricordato terribilmente il film Volevo solo dormirle addosso. Lo danno per favorito, ma al momento non mi ha colpito particolarmente; sarà ma la trovo alquanto scontata, almeno quanto quella di Fabrizio Moro dello scorso anno. Ma si sa che i buoni sentimenti vincono, almeno a Sanremo. Pare che però abbia dato molto fastidio alla sua casa discografica, la Emi, tanto che si è presentato con un’etichetta indipendente. Tra l’altro, Zampaglione era rilassato quanto John Rambo, prima di sferrare l’attacco mortale ai Vietcong.

Riccardo Cocciante è una delle persone più riservate che io abbia mai conosciuto. Anche una delle più basse. Era presente con il cast di Giulietta e Romeo, l’opera popolare. In realtà era una pubblicità occulta di Notre Dame de Paris. All’Ariston c’è praticamente mezzo cast: Fabrizio Voghera (Frollo e Quasimodo) nel cast stesso della nuova opera, Giò di Tonno (Quasimodo) e Lola Ponce (Esmeralda) esibitisi da poco e Luca Velletri (Frollo) nel coro. A parte i gargoyles, il bibitaro ed il mio benzinaio di fiducia, c’erano tutti. Se vi capita di incontrarlo, spiegate al caro Riccardo che ci sono anche gli accordi maggiori? Quelli “allegri”, per capirci. (Tra l’altro, perché durante la standing ovation, sono spuntate dal nulla le tette della Parietti?)

I Finley. Ma anche no. Basta basta basta. E dire che nella fuffa musicale del momento, sono tra i meno peggio. Peccato che abbiano cantato una delle canzoni più noiose della loro storia. Ok, ok; dire storia è un po’ troppo, in effetti. Mi manca il duetto con canto-con-una-patata-in-bocca, Mondo Marcio. Aggiunta: al dopofestival, Finleynumerouno afferma: questo è un pezzo tipico dei Finley, un pezzo punk-pop. Sto ancora tremando. L’anno prossimo voglio Johnny Rotten che canta Romagna Mia accompagnato dal suonatore di ascelle.

Tu donna dimmi a chi appartieni. Sei parole e già mi stai sulle balle. Anni ed anni di emancipazione buttati nel cesso da Francesco Rapetti. Nota positiva della canzone: si può cantare tranquillamente sulla musica di Ancora tu di Battisti. Tra l’altro scritta da papà Mogol.

Il pianoforte di Sergio Cammariere si sposa perfettamente con l’orchestra di Sanremo. Ma non con me. Lo trovo lento e melenso, come al solito. Sto rimpiangendo la vocina pungente di Anna Moroni che richiama Antonellina e le sue mani sporche. Sarò superficiale, ma mi sembra la stessa canzone riproposta di anno in anno. Quindi, se dovesse vincere, non mi stupirei minimamente. Un plauso per il suo naso. Lo adoro. Lo inserisco per meriti nei parenti stretti del Trio Nasca (chi sa, capirà).

Siccome ieri si era parlato di gay, oggi bisognava parlare, per par condicio, di lesbiche. Ecco spiegata la funzione della canzone di Valeria Vaglio. Perché ti amo, ti dico che ti amo, ti abbraccio perché sai che ti amo, ma nonostante io ti ami alla follia ti metto le corna. Ma poiché ti amo tantissimo, continuerò ad amarti mentre attendo il tuo ritorno, fosse pure per vent’anni o un’eternità. Ebbene sì, anche nel mondo LGBT ci si mette le corna. Attendevo Alberto Angela con mille e più diapositive per spiegare queste strane creature mitologiche; per la mia esigo il pagamento delle royalties!

Ed ecco che, sull’onda della libertà sessuale, arrivano i sacerdoti della Seleçao; praticamente la nazionale brasiliana preti. Non credo ci sia nulla da aggiungere. Tranne che ce n’era uno degno di un’approfondita analisi molto poco religiosa… E per dirlo io, con i miei geni etero in netta minoranza, doveva essere palesemente lampante.

Passano la serata: Ariel, Sohnora, Jacopo Troiani e La Scelta.
Non avendoli ancora ascoltati, devo fidarmi ciecamente.
Per ora.

Con Rex (sì, il cane) ed i suoi sei fratelli, si conclude la seconda serata del Festival. Chiambretti aveva commentato: “Mai visti tanti cani insieme in tv, nemmeno al Grande Fratello”. Vista la qualità di quest’anno, mi permetto di dissentire. E di aggiungere che Sanremo, in preda all’invidia televisiva, sta tentando di batterlo.

Intanto che torno indietro, è iniziato il Dopofestival.
Ed io amo gli Elii.

In particolare Faso, ma è una questione di ormoni. E di naso.
Riescono a coinvolgere in un simpatico siparietto, anche Cammariere.
Se non fosse per loro, sarei già a letto.
(Soprattutto, dopo aver fomentato la lite tra Luzzato Fegiz e Cutugno, sono diventati i miei idoli della settimana.)

La Lucilla invece non mi fa né caldo né freddo.
Magari in silenzio, pure pure.
Ma parlante no.

E’ traumatizzante sapere che la Guaccero cantò, molti anni fa, “Cane e Gatto”, una delle mie canzoni più gettonate nei primi anni delle elementari, allo Zecchino d’oro… Vero?
(Aggiornamento: Per fortuna, Cecilia (che ringrazio per l’info), ha smentito tutte le mie paure, confermandomi il fatto che la Guaccero la cantò sì, masolamente in un festival regionale… Per fortuna!)

(Dite a Tanica che lo stimo, comunicateglielo. Quasi quanto Faso.)

Ma ricominciamo da capo.
Un occhio qui ed uno lì.

Aprono Baudo e Chiambretti. Evviva le mirabolanti novità del Festival. Punto.

Mario Venuti scomoda le mie memorie scolastiche di epopee cavalleresche per parlare di nuovo d’amore. Avrà un testo ben scritto, ma sempre della stessa pappa si tratta. La musica effettivamente non è male. Gli concedo il beneficio del dubbio.

Non amo questo tipo di siparietti. Quale? Quello della Guaccero e Baudo. Entro, non entro, mi vergogno. Stai lì e basta. Presenta. E’ il festival della canzone italiana, non della macchietta dell’avanspettacolo. Tra l’altro recita con una scioltezza tale da far invidia all’omino della pubblicità dell’imodium.

Poiché Amedeo Minghi non ha voluto partecipare al dopofestival, gli Elii hanno deciso di riproporre la sua canzone, in una versione “migliorata”. Praticamente un medley di x canzoni tra cui La cura di Battiato e Mandy di Barry Manilow. O’ Minghi, tu ti ispiri ai pittori fiamminghi… (sulle note di Mandy). Amore, amore amore.

Ed è proprio Minghi il seguente. Posso passare al successivo?
E’ così spocchioso da farmi venire l’orticaria a 200 chilometri di distanza.
E poi diciamocelo: non regge il paragone con l’imitazione che gli faceva anni fa Neri Marcorè dalla Gialappa’s. Però in qualcosa è cambiato, ha sostituito il passato remoto con il condizionale presente. Son soddisfazioni.

La Scelta. So’ ggiovani, signò. Si faranno. Speriamo. Non parlano di sole-cuore-amore, quindi non si può non apprezzarli. Quanto meno si sono dovuti sforzare per trovare un argomento diverso, cosa a quanto pare abbastanza sconosciuta quest’anno.

Sul Bella, Bella, Bella ho temuto che arrivasse Luca Velletri vestito da Frollo e, con l’aiuto del riccioluto Cocciante, li separasse con piede di porco. Giò di Tonno e Lola Ponce, Quasimodo ed Esmeralda (sono stata una fan sfegatata di Notre Dame de Paris, lo ammetto!), con una canzone di Gianna Nannini, si rituffano con un carpiato ritornato con tre avvitamenti coefficiente di difficoltà 3.2 nel baratro della banalità. Perdutamente noi / chissà da quanti inverni / che Dio ci fulmini /la morte in cuore avrò. Ma solo io la preferivo semirasata mentre cantava dei maschi innamorati sul metrò?

Ho troppo sonno e la cattiveria sta avendo la meglio sulla diplomazia.

Purtroppo tocca ai Sonhora pagarne le conseguenze. A parte che voglio complimentarmi con l’oculata scelta della giuria selezionatrice: gruppi ggiòvani che piacciono ai ggiòvani ma di più alle ggiòvani. Poi magari se non li mandassero in onda quando la popolazione ggiòvane sta già dormendo da ore sarebbe meglio. Se poi non fossero dei cloni dei Tokio Hotel (o torchio hotel, per gli amici) sarebbe perfetto. Bisogna inculcare nei giovani dei valori solidi: quindi cuore-sole-amore sono perfetti. E vai col tango.

La canzone di Gianluca Grignani mi sembra una copertina patchwork. Sarà la stanchezza, sarà la poca fantasia di ascoltarla a fondo o che ci trovi anche i formaggi locali [cit.] ma non riesco ad ascoltarla con attenzione; sia ben chiaro, nemmeno il brano aiuta.

Dopo aver visto la scena del pugno involontario a Chiambretti, Loredana Bertè diventa una delle mie favorite di questa edizione. E tutto sommato la canzone è senza infamia e senza lode, almeno in questo momento. Per la cronaca: avrebbe dovuto suonare per ultima, ma stranamente si è rifiutata e si è imbucata quelle due ore prima. Perché non posso darle torto? E poi il cuscino nel cappuccio del mantello ci stava bene. Nota seria: la Bertè ha deciso di partecipare per vincere il premio dedicato a sua sorella, dopo che diversi artisti l’hanno rifiutato per scaramanzia. Dopo tutti questi anni ancora circolano queste cazzate sul conto di Mia Martini. Ma per favore.

Ho bisogno di sentirmi dire ti voglio bene. Ora, io Jacopo Troiani non lo conosco e di conseguenza non posso dirglielo, ma qualcuno si faccia avanti. E con una mossa felina gli sostituisca il testo della canzone. Per il bene di tutti. Ha solo sedici anni, può ancora cambiare.

Di Mietta non posso dir male, neanche se si presentasse con una canzone cantata in occitano stretto ispirata ad una retrospettiva di rutti bulgari. Lei mi piace a scatola chiusa; sono di partissima, non di parte. Peccato che la canzone parli d’amore e sia firmata da Pasquale Panella, autore dei testi italiani di Notre Dame de Paris assieme a Cocciante. E’ tutto un dejà-vu, o questo musical non mi è nuovo?

La canzone di Rosario Morisco è un dialogo tra un soldato ed un suo superiore (ed è firmata, tra gli altri da Principe e Socio M., per chi se li ricorda quelli di Targato NA). Se non fosse per la monotonia della musica e del testo, sarebbe una canzone discreta. Ma è monotona. Quindi nulla di fatto.

E alla fine arriva Little Tony. Beh, a me è piaciuta. Strano ma vero. Il testo è autobiografico, nessun sole-cuore-amore, la musica ricorda la ballata rock. Niente di così innovativo, a parte il coretto alle spalle che proprio non mi scende. Nota più che positiva: il chitarrista con la Fender Stratocaster rossa al suo fianco è Enrico Ciacci, suo fratello, il quale ha suonato con Morricone nelle più famose colonne sonore di film western degli anni sessanta e settanta.


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2 responses

28 02 2008
Tré.

Sicura che sia Meravigliosa? Sicura sicura che non manchi una consonante? Mah. E sicura sicura che Cammmmmariere possa essere imparentato col trio Nasca? Per me non ha tutti i requisiti. Baci!

2 03 2008
Cecilia

Ciao!
Volevo rassicurarti, Bianca Guaccero non era una delle bambine che cantò Cane e Gatto allo Zecchino d’oro, la cantò a un festival locale, diciamo che fece una cover😉

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